Parlare di Dante è una sfida. Facile pensare che sia cavalcare un moda, da qualche tempo sempre più spesso il poeta fiorentino fa notizia; invece si cercherà di dare conto innanzitutto di una passione e di un amicizia che ad un certo punto si è posta nella mia vita. Riconosco che questa fascinazione mi accomuna a tante persone, anche per questo il poeta fa notizia come dicevo all'inizio, questo post vuole essere un contributo piccolo piccolo alla conoscenza di lui e soprattutto della sua opera e dei motivi per cui per me è così essenziale.
A Dante successe di dover pagare la propria lealtà intatta con esilio, povertà, soggezione a occupazioni equivoche, condanna a morte crudele e infamante a un tempo: solitudine. La trama della sua vita non mostra quasi altra cosa, la trama della sua vita, la materia dei suoi sogni. E insieme la sua esperienza. Molti uomini del tempo di Dante passarono per situazioni analoghe e molti ne vennero letteralmente consumati, mentre lui riuscì a trasformare quel fuoco su cui la sua città lo aveva condannato a morire arso, in un fuoco che lo fece vivere ardendo fino alla morte. La sua opera travalica il destino. Ma fu necessario sopportare quel destino per portarla a compimento. (Maria Zambrano, Dante specchio umano, Città aperta, 2007, p.65)
Sicuramente uno dei primi motivi di interesse nell'opera (e nella vita) di Dante sta in questa descrizione che anche altri critici sviluppano (per esempio Giovanni Papini, nel suo Dante vivo del 1933) e cioè il fallimento umano di Dante in cui paradossalmente sta tutta la sua grandezza: ma dove sta la certezza di un uomo se le cose che ti premono scompaiono dalla vista e via via tutte le tue speranze si rivelano fallaci (Beatrice muore e Firenze lo esilia), cos'è e dove si trova quel fuoco di cui parla la Zambrano, perché io non scriverò mai la Commedia, ma ho bisogno dello stesso fuoco, di fronte a quello che ti mette alla prova nella vita. Come fu per Dante. Qui ed ora.
La mia frequentazione del poeta fiorentino dopo gli anni di studio è stata sicuramente aiutata da un immedesimazione con il protagonista del suo poema, che poi è lui stesso, il primo caso in Occidente in cui l'eroe è l'io; un immedesimazione con il suo sentire di uomo in cammino, con i suoi limiti e le sue altezze, che non sente estraneo incontro o sentimento, che con coraggio giudica della realtà fuori e dentro di sé, ma mai sentendosene distaccato. Il mondo del lavoro e della vita adulta era più complesso, ma anche più carico di promesse, di quello che mi aspettavo e le domande che mi nascevano assomigliavano, se non nella forma almeno nella sostanza, a quelle che Dante si poneva e a cui cercava di rispondere per l'esperienza che faceva, un cammino alla scoperta della propria unicità ed originalità, consapevole che non si può parlare di vita, mondo, donna, Dio eccetera se non si prende sul serio il proprio bisogno. E lo fa con la potenza unica della sua parola che ti dà sempre l'impressione che parli con te e che ti riguardi ogni particolare di cui tratta, magari mentre parla della Firenze del medioevo o dell'impero romano.
Un esempio di questo è sicuramente il III canto del Purgatorio che vede protagonista Manfredi e rende memorabile la potenza della misericordia di Dio come una fune cui continuamente aggrapparsi: infatti la cosa incredibile è che per Dante i peccatori del purgatorio sono anche peggiori di quelli dell'inferno, proprio per sottolineare che quello che salva non è una propria capacità o coerenza, ma il riconoscimento di questa continua possibilità di ripresa, come succede al protagonista di questo bellissimo canto, Manfredi di Sicilia, che va incontro a Dante, perché sua figlia Costanza lo sappia salvo, visto che si trova in purgatorio, anche se morto scomunicato. Il gesto di Manfredi è semplicissimo, sta in tutto in quel volentier perdona a cui si rende piangente, dentro un acuta coscienza del proprio male, orribil furono i peccati miei: Poscia ch'io ebbi rotta la persona/di due punte mortali, io mi rendei,/piangendo, a quei che volentier perdona/Orribil furono i peccati miei;/ma la bontà infinita ha sì gran braccia,/ che prende ciò che si rivolge a lei.
Glossa al III Canto del Purgatorio Approfittando di questa rievocazione del personaggio Manfredi mi torna in mente il romanzo Bello era e biondo di Mario Tobino che racconta la vita del poeta toscano. Il titolo riprende il III Canto del Purgatorio ed è riferito direttamente al principe siciliano. Tobino dimostra subito l’affezione al poeta usando appunto per il titolo le sue stesse parole di stima e una capacità di immedesimazione che lo fa iniziare ogni capitolo con sommari che illustrano brevemente il contenuto di quello che si sta per leggere, proprio come si usava fare per la Commedia. E poi inizia il racconto di una vita e lo fa in maniera semplice e accattivante allo stesso tempo, in meno di duecento dense paginette, scrivendo in una sorta di lingua aulica, senza scadere nel ritratto accademico né in quello ridotto a macchietta, facendo parlare soprattutto l'ambiente e i personaggi che Dante ha visto e conosciuto e che hanno poi formato la materia della sua poesia, sia nel bene che nel male. Lo fa concentrando la sua attenzione su tanti particolari che fanno emergere tutta la potenza di una personalità unita, tipica di una certa epoca, in cui l'esperienza politica e poetica, l'alta passione civile e quella sentimentale erano un tutt'uno.
L'edizione di riferimento è sicuramente la seguente: Dante Alighieri, Commedia, Mondadori (con il commento di Anna Maria Chiavacci Leonardi); in attesa che Olschki mandi in libreria la sua edizione nel 2011 con la curatela di Robert Hollander, sicuramente altrettanto indispensabile.
Un esempio di questo è sicuramente il III canto del Purgatorio che vede protagonista Manfredi e rende memorabile la potenza della misericordia di Dio come una fune cui continuamente aggrapparsi: infatti la cosa incredibile è che per Dante i peccatori del purgatorio sono anche peggiori di quelli dell'inferno, proprio per sottolineare che quello che salva non è una propria capacità o coerenza, ma il riconoscimento di questa continua possibilità di ripresa, come succede al protagonista di questo bellissimo canto, Manfredi di Sicilia, che va incontro a Dante, perché sua figlia Costanza lo sappia salvo, visto che si trova in purgatorio, anche se morto scomunicato. Il gesto di Manfredi è semplicissimo, sta in tutto in quel volentier perdona a cui si rende piangente, dentro un acuta coscienza del proprio male, orribil furono i peccati miei: Poscia ch'io ebbi rotta la persona/di due punte mortali, io mi rendei,/piangendo, a quei che volentier perdona/Orribil furono i peccati miei;/ma la bontà infinita ha sì gran braccia,/ che prende ciò che si rivolge a lei.
Glossa al III Canto del Purgatorio Approfittando di questa rievocazione del personaggio Manfredi mi torna in mente il romanzo Bello era e biondo di Mario Tobino che racconta la vita del poeta toscano. Il titolo riprende il III Canto del Purgatorio ed è riferito direttamente al principe siciliano. Tobino dimostra subito l’affezione al poeta usando appunto per il titolo le sue stesse parole di stima e una capacità di immedesimazione che lo fa iniziare ogni capitolo con sommari che illustrano brevemente il contenuto di quello che si sta per leggere, proprio come si usava fare per la Commedia. E poi inizia il racconto di una vita e lo fa in maniera semplice e accattivante allo stesso tempo, in meno di duecento dense paginette, scrivendo in una sorta di lingua aulica, senza scadere nel ritratto accademico né in quello ridotto a macchietta, facendo parlare soprattutto l'ambiente e i personaggi che Dante ha visto e conosciuto e che hanno poi formato la materia della sua poesia, sia nel bene che nel male. Lo fa concentrando la sua attenzione su tanti particolari che fanno emergere tutta la potenza di una personalità unita, tipica di una certa epoca, in cui l'esperienza politica e poetica, l'alta passione civile e quella sentimentale erano un tutt'uno.
L'edizione di riferimento è sicuramente la seguente: Dante Alighieri, Commedia, Mondadori (con il commento di Anna Maria Chiavacci Leonardi); in attesa che Olschki mandi in libreria la sua edizione nel 2011 con la curatela di Robert Hollander, sicuramente altrettanto indispensabile.